
Lavori avviati grazie a pochi fondi statali iniziali stanziati dalla Protezione Civile nel 2006
Ora proseguirà con i 300 mila euro offerti da Getty Foundation
La sfida alle metodologie più sofisticate nel campo del restauro è scritta sulla tavola di 6,60x3,62 metri con l´Ultima Cena di Giorgio Vasari. Sulle veline e sui kleenex che, dall´alluvione del ‘66, coprono la superficie del dipinto ora in cura all´Opificio delle Pietre dure. La rappresentazione dell'Ultima Cena è in gran parte coperta da velature impastate con olio e fango, applicate all'indomani del 4 novembre con resina "Paraloid B 72", nell'urgenza di salvare la superficie pittorica delle tavola che Vasari compose nel 1546, per le monache del convento delle Murate. Rimasto per anni nei depositi, come il malato più grave e irrecuperabile dell'alluvione, l'opera, divisa in 5 tavole di pioppo, dal 2004 è oggetto di studi, analisi e sperimentazioni nel laboratorio dell'Opificio delle Pietre Dure alla Fortezza da Basso. Un progetto innovativo, "ai limiti delle tecniche del restauro moderno" come spiega il direttore dell'Opificio Marco Ciatti, ora lentamente restituisce visibilità a parti della pittura. "Abbiamo inventato un gel apposito, un sistema a base di una miscela di solventi che ci permette di staccare le veline senza strappare la pellicola pittorica" osserva il restauratore Roberto Bellucci.
Le 5 tavole del cenacolo sono distese in laboratorio: emergono parti già recuperate "svelinate" con il volto di San Pietro, l'orecchio e le chiome di altri discepoli. Ma quello che colpisce è il disastro di sollevamenti sepolto sotto a creste di veline, alcune innalzate di quasi 3 centimetri. "Il restauro è stato avviato grazie a pochi fondi statali iniziali, ai 250 mila euro stanziati dalla Protezione civile nel 2006 e ora proseguirà con i 300 mila euro offerti da Getty Foundation.
I problemi da risolvere sono ancora molti, ma li affronteremo. Ipotizziamo che la tavola possa tornare nel Museo di Santa Croce nel 2016, a 50 anni dall'alluvione" sostiene al soprintendete Isabella Lapi Ballerini. L'intervento della Getty Foundation prevede che i fondi vengano impiegati anche per la formazione di nuovi restauratori (del Getty di Los Angeles, della National Gallery di Londra, del Metropolitan Museum di New York e del Museo Nazionale di Budapest). Gli specializzandi arriveranno all'Opificio per seguire il restauratore Ciro Castelli che, benché in pensione da 2 mesi, continuerà a collaborare con il laboratorio della Fortezza. A passare il testimone di tecniche e conoscenze all'avanguardia maturate dall'Opificio, a dire il vero ben poco riconosciute e sostenute dal nostro ministero dei beni culturali, ma per fortuna apprezzate dai mecenati americani.
Fonte:http://firenze.repubblica.it








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